di Patrick McCarthy
traduzione dall'originale inglese di: Marco Forti
Questa traduzione è stata autorizzata dall'autore (la riproduzione di questo testo è consentita solo con il consenso scritto dell'autore)
KATA?
Vennero forgiati nella fornace divina del cielo o sono il semplice prodotto di meri mortali? Hanno lo scopo di insegnare tecniche di combattimento, culminare la lezione già impartita o rappresentano rituali vuoti usati nei programmi d’esame dei dojo da rievocatori marziali o da atleti nelle competizioni?
Per meglio comprendere queste sequenze coreografate si devono prima riconoscere le relative premesse contestuali. Ciò che intendo specificamente è come e perché funzionano i kata, altrimenti restano semplicemente forme di movimento umano senza significato.
Senza le relative premesse contestuali i kata sono ridotti a poco più di una forma eccessivamente ritualizzata di shadow-boxing; vale a dire rituali che richiamano un combattimento con poco valore pratico. Avendo compreso questa dicotomia il “piccolo drago”, Bruce Lee, affermava che per sviluppare realmente abilità di combattimento funzionali DOBBIAMO “liberarci dalla confusione classica.”
Ora se nel farlo ignorassimo completamente i kata finiremmo non solo per allontanarci ulteriormente dall’arte ma acquisiremmo una mentalità tipo fight-club con poco o nessun riguardo per le caratteristiche olistiche dell’arte e per i suoi valori tradizionali.
-------- Quelli che seguono sono alcuni tra i commenti relativi ai kata che ho raccolto negli anni da varie autorità. Piuttosto che fornire la mia opinione preferisco che leggiate e giudichiate in prima persona chi davvero conosce (o conosceva) qualcosa sui kata.
“I vari kata furono create da Maestri ed esperti del passato i cui nomi sono per lo più sconosciuti. I metodi di attacco e difesa che usarono nel creare questi kata sono stati scelti, forgiati e testati attraverso l’esperienza personale. Originariamente non c’erano testi scritti sul karate e così la trasmissione dei kata dipendeva interamente dai ricordi personali e dalle abilità di chi li praticava. È ragionevole pensare che vuoti di memoria o fraintendimenti relativi a tecniche dei kata abbiano contribuito ad errori nella trasmissione.” – Funakoshi Gichin
“Ci vuole almeno un anno per padroneggiare Naihanchi e Kusanku.” – Funakoshi Gichin rispondendo ad una domanda di Kano Jigoro dopo la dimostrazione privata del 1922 al Kodokan tenuta dallo stesso Funakoshi con Gima Shinken.
“Anche nei quarant’anni in cui ho praticato [Karate], i cambiamenti sono stati tanti. Sarebbe interessante poter tornare indietro nel tempo, al punto in cui i Kata sono stati creati e studiarli.” – Egami Shigeru
“Battere le mani insieme sopra la testa può portare il tuo avversario a lanciare un attacco di calcio improvviso e scoordinato.” – Nakayama Masatoshi
“Kyoda Juhatsu non mi insegnò mai nessuna applicazione dei kata. Disse che stava a me immaginare che cosa significasse il kata e come applicare i principi.” – Kanzaki Shigekazu
“I nostri insegnanti non ci diedero una chiara spiegazione delle forme antiche. Dovetti trovare le caratteristiche ed i significati di ogni forma grazie ai miei studi e ai miei sforzi, ripetendo gli esercizi formali attraverso l’allenamento.” – Chitose Tsuyoshi
“Si deve ammettere che comparati con i kata del Judo, i kata del Karate tendono ad apparire monotoni e mancano di spettacolarità e del dinamismo.” – E.J. Harrison
“Ebbi occasione di parlare apertamente con i miei vecchi maestri e scoprii che si erano limitati a ripetere quello che i loro predecessori avevano raccontato loro.” – Kenji Tokitsu
“Ad Okinawa non penso che il bunkai fosse così importante come in Giappone. In Giappone tutto è bunkai, bunkai, bunkai e penso che questo derivi dal fatto che i Judoka pongono ai Karateka tante domande.” – Nohara Koei
“Il Maestro Tomoyose ci donò una gemma di informazione all’ultimo camp estivo. Davanti ad una folla di entusiasti Uechi-ka, gli fu chiesto perché vennero sviluppati gli altri cinque kata … ci raccontò che dopo la Seconda Guerra Mondiale erano così poveri che spesso diventava un problema trovare i soldi per nutrire le loro famiglie. Una delle poche cose che potevano fare era quella di organizzare dimostrazioni di Karate e chiedere agli spettatori una quota d’ingresso. Il problema era che facevano i tre kata un po’ di esercizi di rottura e un po’ di sparring ed era tutto finito.. gli spettatori erano scontenti perché non ritenevano che questo ripagasse adeguatamente il loro denaro, così Kanei Uechi, R. Tomoyose e i loro contemporanei si incontrarono per sviluppare nuovi kata in modo che le loro dimostrazioni diventassero più lunghe e le persone venissero invogliate a pagare per vederle…!” – Bruce Hirabayashi sul forum di discussione del sito Uechi-Ryu.com
-------
I pionieri del quanfa responsabili della creazione delle prime metodologie attraverso le quali impartire i loro insegnamenti, trovarono vantaggioso usare rituali mnemonici di tipo fisico. Ricreando quel tipo di scenari violenti comuni nella loro società ed ai loro tempi, gli insegnanti di quanfa introdussero gli studenti alle premesse contestuali realistiche e alle prescritte tecniche di combattimento attraverso esercizi schematici a due persone.
Usando la sicurezza di un luogo di pratica controllato, gli allievi potevano allenare le tecniche di combattimento, contro partner che inizialmente esercitavano solo una resistenza passiva, fino a che aumentava la familiarità con le tecniche, la forza e l’abilità fisica garantendo loro il raggiungimento di quella funzionalità combattiva che li metteva poi in grado di affrontare una resistenza aggressiva imprevedibile. Separando dagli esercizi a due gli scenari identificabili di attacco e le prescritte sequenze di risposta, gli insegnanti di quanfa stabilirono modelli di allenamento a solo chiamando queste pratiche rituali Hsing [型 Kata in giapponese]. Unendo i modelli individuali in sequenze collettive gli innovatori del quanfa svilupparono esercizi a solo complessi attraverso i quali non solo culminava la lezione impartita ma si esprimeva la prodezza individuale rafforzando nel contempo mente, fisico e condizionamento olistico.
Arte introdotta ad Okinawa durante l’ultima parte del Regno delle Ryukyu, fu il processo di semplificazione nel sistema scolastico a rendere praticamente dormienti sia l’antica arte che gli esercizi a due basati sulle sue premesse contestuali. Con il focus sulla forma piuttosto che sulla funzionalità il kata divenne un veicolo attraverso il quale coltivare la forma fisica e la conformità sociale a supporto degli sforzi bellici giapponesi durante un’era radicale di escalation militare. I kata praticati nel Karate moderno sono stati talmente condizionati dal processo di semplificazione e dall’influenza della cultura prebellica del Budo giapponese, che la loro introduzione e la loro pratica nel corso del ventesimo secolo si è sviluppata senza alcuna premessa contestuale. Non sorprende che questa mia intuizione sia stata ridicolizzata da alcuni e osteggiata da altri prima che giungesse un consenso generalizzato ad affermare che questa conclusione era evidente. Per un po’ di tempo ho addirittura pensato che fosse stato promesso un premio a chi avesse provato a gettare discredito sul mio lavoro. Grazie a questo arrivai a meglio comprendere i “tre stadi della verità” di Shopenhauer.
Formula semplificata
1. Ogni atto di violenza fisica è metodicamente presentato all’allievo in ordine di distanza [cioè distanza di calcio, di pugno, di presa, di corpo a corpo]. Ci sono 36 atti abituali di violenza fisica e non meno di 72 varianti.
2. Gli atti di violenza fisica sono insegnati prima [e individualmente] così ogni allievo può comprendere perché sono pericolosi e quali tattiche difensive sono possibili per neutralizzarli.
3. Si pratica una singola applicazione con un partner a resistenza passiva prima di considerare eventuali variazioni, promuovendo l’acquisizione di dimestichezza sia con l’atto di violenza fisica che con la prescritta controtecnica. Una volta raggiunto un livello di competenza accettabile l’attaccante è istruito per incrementare gradualmente l’intensità dell’attacco fino a che lo scenario a due può essere eseguito con resistenza aggressiva e fiducia nella comprensione e nel fatto di essere in grado di contrastare l’imprevedibilità.
4. Agli allievi viene poi chiesto di praticare le prescritte applicazioni individualmente, esercitandosi con le sequenze a solo. Queste ricostruzioni a solo diventano composizioni individuali che, quando unite tra loro a formare sequenze coreografate complesse, diventano qualcosa di più grande della somma totale delle singole parti che le compongono – i kata.
5. A dispetto del modo diametralmente opposto in cui i kata sono insegnati oggi, credo che questa formula rappresenti il modo in cui erano stati originariamente concepiti e trasmessi.
Il fatto che il Kata possa anche essere o sia anche stato usato come meccanismo olistico attraverso il quale rafforzare il corpo all’interno e all’esterno, come forma di meditazione in movimento, come forma astratta per raggiungere la forma fisica, come forma creativa di shadow-boxing, come piattaforma per affinare ed esprimere le proprie abilità tecniche, come strumento attraverso il quale impartire il programma di una scuola e/o come sequenza creativa per finalità agonistiche, dimostra quanto questa pratica astratta possa essere realmente accomodante.
Riscoprire la premessa contestuale perduta risveglia il drago addormentato e ridona vita ad un rituale altrimenti assopito. Quando scoprii come un meccanismo mnemonico potesse non solo culminare la lezione già impartita ma - collegato insieme - offrire chiaramente qualcosa di più grande della somma totale delle sue singole parti, il mistero venne risolto. Tristemente alcuni increduli necessitano che queste parole siano espresse da un Okinawense per poterle considerare credibili. A quelli che non ne hanno bisogno e che sono realmente interessati a studiare come meglio comprendere i kata nel modo in cui ritengo siano stati originariamente concepiti, consiglio di leggere la Teoria degli Atti Abituali di Violenza Fisica [HAPV Theory – HAPV è l’acronimo dell’inglese Habitual Acts of Physical Violence, n.d.t.] e i relativi esercizi a due persone come formula attraverso la quale riportare il combattimento nel kata.
“La verità è sempre la verità, indipendentemente dalla mancanza di comprensione, dallo scetticismo o dall’ignoranza.” – W. Clement Stone. 1902-2002
Vennero forgiati nella fornace divina del cielo o sono il semplice prodotto di meri mortali? Hanno lo scopo di insegnare tecniche di combattimento, culminare la lezione già impartita o rappresentano rituali vuoti usati nei programmi d’esame dei dojo da rievocatori marziali o da atleti nelle competizioni?
Per meglio comprendere queste sequenze coreografate si devono prima riconoscere le relative premesse contestuali. Ciò che intendo specificamente è come e perché funzionano i kata, altrimenti restano semplicemente forme di movimento umano senza significato.
Senza le relative premesse contestuali i kata sono ridotti a poco più di una forma eccessivamente ritualizzata di shadow-boxing; vale a dire rituali che richiamano un combattimento con poco valore pratico. Avendo compreso questa dicotomia il “piccolo drago”, Bruce Lee, affermava che per sviluppare realmente abilità di combattimento funzionali DOBBIAMO “liberarci dalla confusione classica.”
Ora se nel farlo ignorassimo completamente i kata finiremmo non solo per allontanarci ulteriormente dall’arte ma acquisiremmo una mentalità tipo fight-club con poco o nessun riguardo per le caratteristiche olistiche dell’arte e per i suoi valori tradizionali.
-------- Quelli che seguono sono alcuni tra i commenti relativi ai kata che ho raccolto negli anni da varie autorità. Piuttosto che fornire la mia opinione preferisco che leggiate e giudichiate in prima persona chi davvero conosce (o conosceva) qualcosa sui kata.
“I vari kata furono create da Maestri ed esperti del passato i cui nomi sono per lo più sconosciuti. I metodi di attacco e difesa che usarono nel creare questi kata sono stati scelti, forgiati e testati attraverso l’esperienza personale. Originariamente non c’erano testi scritti sul karate e così la trasmissione dei kata dipendeva interamente dai ricordi personali e dalle abilità di chi li praticava. È ragionevole pensare che vuoti di memoria o fraintendimenti relativi a tecniche dei kata abbiano contribuito ad errori nella trasmissione.” – Funakoshi Gichin
“Ci vuole almeno un anno per padroneggiare Naihanchi e Kusanku.” – Funakoshi Gichin rispondendo ad una domanda di Kano Jigoro dopo la dimostrazione privata del 1922 al Kodokan tenuta dallo stesso Funakoshi con Gima Shinken.
“Anche nei quarant’anni in cui ho praticato [Karate], i cambiamenti sono stati tanti. Sarebbe interessante poter tornare indietro nel tempo, al punto in cui i Kata sono stati creati e studiarli.” – Egami Shigeru
“Battere le mani insieme sopra la testa può portare il tuo avversario a lanciare un attacco di calcio improvviso e scoordinato.” – Nakayama Masatoshi
“Kyoda Juhatsu non mi insegnò mai nessuna applicazione dei kata. Disse che stava a me immaginare che cosa significasse il kata e come applicare i principi.” – Kanzaki Shigekazu
“I nostri insegnanti non ci diedero una chiara spiegazione delle forme antiche. Dovetti trovare le caratteristiche ed i significati di ogni forma grazie ai miei studi e ai miei sforzi, ripetendo gli esercizi formali attraverso l’allenamento.” – Chitose Tsuyoshi
“Si deve ammettere che comparati con i kata del Judo, i kata del Karate tendono ad apparire monotoni e mancano di spettacolarità e del dinamismo.” – E.J. Harrison
“Ebbi occasione di parlare apertamente con i miei vecchi maestri e scoprii che si erano limitati a ripetere quello che i loro predecessori avevano raccontato loro.” – Kenji Tokitsu
“Ad Okinawa non penso che il bunkai fosse così importante come in Giappone. In Giappone tutto è bunkai, bunkai, bunkai e penso che questo derivi dal fatto che i Judoka pongono ai Karateka tante domande.” – Nohara Koei
“Il Maestro Tomoyose ci donò una gemma di informazione all’ultimo camp estivo. Davanti ad una folla di entusiasti Uechi-ka, gli fu chiesto perché vennero sviluppati gli altri cinque kata … ci raccontò che dopo la Seconda Guerra Mondiale erano così poveri che spesso diventava un problema trovare i soldi per nutrire le loro famiglie. Una delle poche cose che potevano fare era quella di organizzare dimostrazioni di Karate e chiedere agli spettatori una quota d’ingresso. Il problema era che facevano i tre kata un po’ di esercizi di rottura e un po’ di sparring ed era tutto finito.. gli spettatori erano scontenti perché non ritenevano che questo ripagasse adeguatamente il loro denaro, così Kanei Uechi, R. Tomoyose e i loro contemporanei si incontrarono per sviluppare nuovi kata in modo che le loro dimostrazioni diventassero più lunghe e le persone venissero invogliate a pagare per vederle…!” – Bruce Hirabayashi sul forum di discussione del sito Uechi-Ryu.com
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I pionieri del quanfa responsabili della creazione delle prime metodologie attraverso le quali impartire i loro insegnamenti, trovarono vantaggioso usare rituali mnemonici di tipo fisico. Ricreando quel tipo di scenari violenti comuni nella loro società ed ai loro tempi, gli insegnanti di quanfa introdussero gli studenti alle premesse contestuali realistiche e alle prescritte tecniche di combattimento attraverso esercizi schematici a due persone.
Usando la sicurezza di un luogo di pratica controllato, gli allievi potevano allenare le tecniche di combattimento, contro partner che inizialmente esercitavano solo una resistenza passiva, fino a che aumentava la familiarità con le tecniche, la forza e l’abilità fisica garantendo loro il raggiungimento di quella funzionalità combattiva che li metteva poi in grado di affrontare una resistenza aggressiva imprevedibile. Separando dagli esercizi a due gli scenari identificabili di attacco e le prescritte sequenze di risposta, gli insegnanti di quanfa stabilirono modelli di allenamento a solo chiamando queste pratiche rituali Hsing [型 Kata in giapponese]. Unendo i modelli individuali in sequenze collettive gli innovatori del quanfa svilupparono esercizi a solo complessi attraverso i quali non solo culminava la lezione impartita ma si esprimeva la prodezza individuale rafforzando nel contempo mente, fisico e condizionamento olistico.
Arte introdotta ad Okinawa durante l’ultima parte del Regno delle Ryukyu, fu il processo di semplificazione nel sistema scolastico a rendere praticamente dormienti sia l’antica arte che gli esercizi a due basati sulle sue premesse contestuali. Con il focus sulla forma piuttosto che sulla funzionalità il kata divenne un veicolo attraverso il quale coltivare la forma fisica e la conformità sociale a supporto degli sforzi bellici giapponesi durante un’era radicale di escalation militare. I kata praticati nel Karate moderno sono stati talmente condizionati dal processo di semplificazione e dall’influenza della cultura prebellica del Budo giapponese, che la loro introduzione e la loro pratica nel corso del ventesimo secolo si è sviluppata senza alcuna premessa contestuale. Non sorprende che questa mia intuizione sia stata ridicolizzata da alcuni e osteggiata da altri prima che giungesse un consenso generalizzato ad affermare che questa conclusione era evidente. Per un po’ di tempo ho addirittura pensato che fosse stato promesso un premio a chi avesse provato a gettare discredito sul mio lavoro. Grazie a questo arrivai a meglio comprendere i “tre stadi della verità” di Shopenhauer.
Formula semplificata
1. Ogni atto di violenza fisica è metodicamente presentato all’allievo in ordine di distanza [cioè distanza di calcio, di pugno, di presa, di corpo a corpo]. Ci sono 36 atti abituali di violenza fisica e non meno di 72 varianti.
2. Gli atti di violenza fisica sono insegnati prima [e individualmente] così ogni allievo può comprendere perché sono pericolosi e quali tattiche difensive sono possibili per neutralizzarli.
3. Si pratica una singola applicazione con un partner a resistenza passiva prima di considerare eventuali variazioni, promuovendo l’acquisizione di dimestichezza sia con l’atto di violenza fisica che con la prescritta controtecnica. Una volta raggiunto un livello di competenza accettabile l’attaccante è istruito per incrementare gradualmente l’intensità dell’attacco fino a che lo scenario a due può essere eseguito con resistenza aggressiva e fiducia nella comprensione e nel fatto di essere in grado di contrastare l’imprevedibilità.
4. Agli allievi viene poi chiesto di praticare le prescritte applicazioni individualmente, esercitandosi con le sequenze a solo. Queste ricostruzioni a solo diventano composizioni individuali che, quando unite tra loro a formare sequenze coreografate complesse, diventano qualcosa di più grande della somma totale delle singole parti che le compongono – i kata.
5. A dispetto del modo diametralmente opposto in cui i kata sono insegnati oggi, credo che questa formula rappresenti il modo in cui erano stati originariamente concepiti e trasmessi.
Il fatto che il Kata possa anche essere o sia anche stato usato come meccanismo olistico attraverso il quale rafforzare il corpo all’interno e all’esterno, come forma di meditazione in movimento, come forma astratta per raggiungere la forma fisica, come forma creativa di shadow-boxing, come piattaforma per affinare ed esprimere le proprie abilità tecniche, come strumento attraverso il quale impartire il programma di una scuola e/o come sequenza creativa per finalità agonistiche, dimostra quanto questa pratica astratta possa essere realmente accomodante.
Riscoprire la premessa contestuale perduta risveglia il drago addormentato e ridona vita ad un rituale altrimenti assopito. Quando scoprii come un meccanismo mnemonico potesse non solo culminare la lezione già impartita ma - collegato insieme - offrire chiaramente qualcosa di più grande della somma totale delle sue singole parti, il mistero venne risolto. Tristemente alcuni increduli necessitano che queste parole siano espresse da un Okinawense per poterle considerare credibili. A quelli che non ne hanno bisogno e che sono realmente interessati a studiare come meglio comprendere i kata nel modo in cui ritengo siano stati originariamente concepiti, consiglio di leggere la Teoria degli Atti Abituali di Violenza Fisica [HAPV Theory – HAPV è l’acronimo dell’inglese Habitual Acts of Physical Violence, n.d.t.] e i relativi esercizi a due persone come formula attraverso la quale riportare il combattimento nel kata.
“La verità è sempre la verità, indipendentemente dalla mancanza di comprensione, dallo scetticismo o dall’ignoranza.” – W. Clement Stone. 1902-2002
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fine ottava parte ...